Le Rotte Del Mediterraneo – Francesco D’Incecco

Dal 6 al 14 Ottobre 2018

Museolaboratorio Ex Manifattura Tabacchi

Sabato 6 Ottobre 2018 alle ore 19:00

artista
Francesco D’Incecco

a cura di
Enzo De Leonibus e Nicolas Martino

apertura
su appuntamento

 

La resistenza dell’opera

Le rotte del Mediterraneo di Francesco D’Incecco

di Nicolas Martino

«Il mondo intero è la mia patria, un solo caos ha generato tutti i mortali». Con queste poche parole, Meleagro di Gadara, filosofo e poeta greco vissuto sulle coste del Mediterraneo più di 2000 anni fa, smontava l’ossessione identitaria, da sempre bestia nera della cultura occidentale. L’idea, insomma, che viga nella logica, come nei fatti, un principio di non contraddizione, per cui A è A e non può essere non A. È su questo vero e proprio «cuore di tenebra» che si fonda l’idea, a dir poco curiosa, che esista una identità, coerente nel tempo e nello spazio, per cui ognuno di noi sarebbe identico a sé stesso, e a quella comunità particolare, che condividendo uno stesso territorio, una stessa lingua, usi e costumi, conterrebbe la «verità» del nostro essere sociale. Di qui anche l’idea che sia necessario alzare mura, barriere e confini, per proteggere questa identità individuale e collettiva. Proteggerla da chi la minaccia, l’estraneo, ovvero lo straniero che viene da lontano (culturalmente o spazialmente) e avanza per entrare «dentro» di noi, cercando di varcare la soglia di quella che riteniamo essere la nostra casa. Resistere, bisogna, non passa lo straniero, lo si cantava anche durante il massacro europeo della Prima guerra mondiale. E come non ricordare, facendo un salto ancora più indietro nella storia, quel racconto dei vangeli canonici – ambientato nelle stesse terre di Meleagro – a proposito di un indemoniato della città di Gerasa che viene letteralmente «liberato» da un demone chiamato, non a caso, Legione, perché quell’uno è in realtà costituito da molti. La molteplicità non può che essere un demone, evidentemente da esorcizzare e scacciare. L’uno deve rimanere sempre identico a sé stesso. L’«altro», che stia dentro di noi, o alle soglie della nostra porta, va contenuto, confinato, deportato e – se possibile – eliminato definitivamente. Dopo tanti secoli, niente di nuovo sul fronte occidentale, come avrebbe detto anche lo scrittore Erich Maria Remarque. Ma basterebbe che ognuno riprendesse in mano le sue foto di qualche anno addietro per accorgersi di quanto infondata sia la logica identitaria: un senso di estraneità ci cattura nell’osservare quelle immagini, perché nessuno di noi rimane identico a sé stesso, nessuno di noi si può riconoscere nelle foto che lo hanno ritratto nel tempo perché ognuno di noi è molti, ovvero è costituito da una stratificazione di molti sé che si succedono nel tempo e, anzi, spesso convivono conflittualmente nello stesso momento. Nessuno di noi è identico a sé stesso, ognuno di noi è sempre uno straniero. L’altro, anche questo è bene ricordarlo, è dentro di noi, perché ognuno di noi è un altro, come aveva intuito il poeta veggente. Non esiste nessuna sostanzialità identitaria dell’io, così come non esiste nessuna identità culturale o territoriale come «sostanza» da difendere da qualche supposta invasione. Esiste solo un ininterrotto divenire altro da sé. Potremmo anche dire che l’io, così come la cultura, sono una continua e incessante invenzione. Pensiamo alla lingua, e a quello straordinario lavoro di trasformazione operato su di essa dagli scrittori e dai poeti, oltre che da tutti i parlanti nella vita quotidiana. Più si allontana da una supposta purezza (che, anche qui qualcuno vorrebbe difendere), più quella lingua sarà straordinariamente capace di produrre mondi e resistere alla sua decadenza. Resistere, dunque, così come resiste quest’opera di Francesco D’Incecco, che nella sua poetica delicatezza vuole essere una barriera contro quella indifferenza nella quale si compie una tragedia quotidiana che, a poco a poco, sta erodendo la nostra umanità. Rotte del Mediterraneo, ovvero rotte della resistenza. Candide camere d’aria tagliano il confine tra il mare e il cielo, appoggiate a pochi metri dalla riva o sulla spiaggia, non per respingere ma per accogliere. Una barriera contro la morte, per non arrendersi e continuare a vivere. Nella consapevolezza che l’arte e la poesia possono avere un ruolo sociale e politico quando spostano, come in questo caso, la percezione di ciò che siamo abituati a vedere, e quindi del mondo. E questo è il progetto di Francesco D’Incecco per il Mediterraneo e le sue coste, dare vita a un’opera da usare e non solo da guardare, da vivere collettivamente, ogni volta che ci saliamo sopra per giocare, per parlare, per riposare o prendere il sole. Per fare di questo mare nostro non più una tomba, ma una grande comunità a partire dalla quale rifondare l’Europa. E proprio in questo consiste oggi la bellezza, nel fare comunità e costruire collettivamente un’opera di resistenza alla decadenza e alla corruzione. Una comunità, è bene precisarlo, dei senza comunità, una comunità paradossale dello sradicamento, ovvero una comunità estetica. L’unica comunità che abbia davvero senso, fatta di quel sensibile comune, ovvero di quella differenza che noi tutti siamo. L’unica comunità alla quale tutti, come avrebbe detto Meleagro di Gadara, possiamo davvero appartenere.